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GLI ATTREZZI DEL PENSARE PARTE VI - IL LIMITE

Updated: Jul 20

IT/EN


di Francesco Zevio

Translation by the author



La forza bruta non è sovrana in questo mondo. Essa è per natura cieca e indeterminata. Ciò che in questo mondo è sovrano è la determinazione, il limite. La saggezza eterna imprigiona questo universo in una rete, in un tessuto di determinazioni. L’universo non vi si può rivoltare. La forza bruta della materia, che a noi appare sovrana, in realtà non è altro che perfetta obbedienza.

S. Weil, La prima radice



In questo articolo si vogliono illustrare due concetti utili per meditare l’idea di limite.


Il primo, detto rendimento decrescente, si riferisce ad una legge economica formulata dall’economista David Ricardo e si basa su questa osservazione: l’investimento di una certa risorsa o assortimento di risorse in un certo sistema può determinare un enorme tasso di rendimento iniziale; ma, col superamento di una certa soglia e a parità d’investimento, il rendimento diminuisce.

Esempio: se, poniamo caso, all’inizio del ‘900 l’investimento energetico pari a un barile di petrolio permetteva di estrarne 100, di barili, con lo scorrere del tempo e la necessità di incontrare giacimenti sempre più in profondità, il rapporto tra energia investita per l’estrazione e energia ottenuta dall’estrazione può passare dall’originario 1/100 a 10, 20, addirittura 40/100. Il rendimento del petrolio a parità d’investimento energetico decresce. Qualcosa del genere per il rendimento di una superficie agricola su cui vengano impiegati prodotti e tecniche che portano a impoverire il terreno. La quantità d’energia e di risorse immesse (acqua, fertilizzanti, pesticidi…) per mantenere costante il rendimento di un terreno impoverito è crescente. Inutile notare che questo processo assume la forma di un circolo vizioso. Meno inutile, forse, è far notare che gli indici della nostra economia si basano non tanto sulla necessità di mantenere i rendimenti costanti, bensì sulla loro crescita… ma questa sarebbe, non un’altra storia, solo una storia più lunga e difficilmente districabile. Per riassumere: superata una certa soglia, a immissioni di risorse (input) costanti in un sistema corrispondono rendimenti (output) incostanti e perlopiù decrescenti.


A questa prima soglia del processo economico ne segue un’altra. Per descrivere gli effetti del superamento di questa seconda soglia, voglio rifarmi a un secondo concetto, quello di contro-produttività paradossale formulato di Ivan Illich.

La seconda soglia viene superata quando un certo processo, per sussistere, necessiti di un’immissione di risorse che si rivela maggiore del suo rendimento. Ancora meglio: superata questa seconda soglia il mantenimento, o la crescita, di un certo processo o produzione, crea più danni che benefici. L’esempio classico impiegato da Illich, a questo proposito, è quello del trasporto. Superata una certa soglia, il numero di automobili immesse all’interno di un sistema (quale può essere una città) non solo non permette di spostarsi più rapidamente e agilmente, ma crea condizioni inedite di degrado. Non si parla solo di code o ingorghi stradali, ma anche del fatto che per assicurare spazio a strade carrabili vengano ridotti marciapiedi, piste ciclabili, zone pedonali, tutte quegli spazi che permettono un movimento e uno spostamento qualitativamente diversi da quello motorizzato. Oltre a questa mutilazione delle possibilità di spostamento, sarebbero inoltre da prendere in considerazione il tasso d’inquinamento dell’aria dovuto allo scarico dei mezzi, l’inquinamento acustico e visivo di questi onnipresenti scarafaggi corazzati, lo spazio divorato da parcheggi, gli incidenti… andando ancora più là c’è da considerare l’impronta ecologica legata alla loro produzione e futura trasformazione in rifiuti, per quanto riciclati, poi la modifica nella percezione umana dello spazio e del tempo, del rapporto dell’uomo con il suo ambiente e col suo corpo (se diventa normale spostarsi in auto anche su brevi distanze… ma cosa significa breve, da quando è norma spostarsi in auto?) e così via.

Se questa contro-produttività paradossale non viene riconosciuta è perché i danni che produce vengono sistematicamente esternalizzati e rientrano perlopiù solo in seguito, surrettiziamente mistificati, nei calcoli economici, ovvero nei conti che contano. Una macchina prodotta esiste per l’economia, per gli indici di crescita; il malessere di una persona che tenta di camminare tra clacsonate e motori e smog lungo una via intasata no, almeno finché non si traduca in stress e in sedute dallo psicologo, o in consumo di farmaci e trattamenti medici… allora il malessere esiste eccome, ed è pure voce attiva del PIL.


La lumaca, ci spiega Ivan Illich, costruisce la delicata architettura della sua conchiglia aggiungendo una dopo l’altra delle spire sempre più larghe, poi si arresta bruscamente e procede ad avvolgimenti questa volta decrescenti. Lo fa perché una sola spira di più darebbe alla conchiglia una dimensione sedici volte maggiore. Invece di contribuire al benessere dell’animale, lo sovraccaricherebbe. A partire da questo momento, ogni aumento della sua produttività servirebbe solamente a palliare le difficoltà generate da questo ingrandimento della conchiglia al di là dei limiti fissati dalla sua finalità. Passato il punto limite d’allargamento delle spire, i problemi della sovra-crescita si moltiplicano in progressione geometrica, mentre la capacità biologica della lumaca non può che crescere in progressione aritmetica [1].


Sia per il concetto di rendimento decrescente che per quello di contro-produttività paradossale si ha a che fare con l’idea di soglia, quindi con la facoltà di riconoscere e di rispettare un limite.

L’idea e il valore del limite sono disconosciuti dalla nostra forma di civiltà, quindi dalla nostra economia, la quale tende invece a concepire ogni forma di bene – sia esso economico, artistico, individuale o sociale – secondo il mito dell’assenza e del superamento di ogni limite, nella prospettiva di un progresso e di una crescita appunto illimitate. Ma come determinare il valore – anche in termini di grandezza – del limite? Anche in questo caso, ci viene incontro l’esempio della lumaca: la determinazione del limite dipende dal discorso circa la finalità, quindi circa il fine di un certo processo, si tratti del fine del guscio per la vita di una lumaca o del fine, dunque del posto assunto nella vita delle comunità d'uomini, dall'economia. Il punto è che noi moderni siamo prodotto di un’antropologia ben delineata da questo passaggio di Hobbes: “occorre sapere che la felicità della vita presente non consiste nella tranquillità o nella quiete dell’animo. Il fine ultimo [finis ultimus], il sommo bene [summum bonum] di cui parlano gli antichi autori d’etica, non hanno posto nella nostra vita […] la felicità è un progresso perpetuo da una brama ad un’altra, da un oggetto di desiderio a un altro… e l’ottenimento di un oggetto desiderato altro non è, se non la via all’ottenimento del prossimo” [2].


Una frase del Ta Hsio di Confucio incita l’uomo a raggiungere il sommo bene e mantenervisi. L’analisi degli ideogrammi e le note dei commentatori fanno pensare a questa interpretazione: qualsiasi passo al di là del sommo bene non deve essere interpretato in quanto progresso, in quanto miglioramento, in quanto crescita o ulteriore avvicinamento alla felicità, ma come l’esatto contrario. A noi moderni di meditare queste parole, questa saggezza.



NOTE:


[1] Ivan Illich, Il genere vernacolare. [2] Il passaggio continua così: “causa di questa cosa è il fatto che l’oggetto della cupidigia umana non sia ricercato perché l’uomo possa goderne una sola volta e quasi sul momento, bensì perché renda sicuro un suo godimento futuro. Perciò le azioni volontarie non tendono solo a procurarsi il bene, ma anche ad assicurarselo per sempre. Ma le azioni di tutti non procedono secondo la stessa via, in parte per le diverse passioni proprie ai diversi uomini, in parte anche per la differenza di opinioni, nutrite dai diversi uomini, circa le cause da cui dovrebbe trar origine la cosa desiderata.” (Thomas Hobbes, Leviatano, cap. XI) Bisognerebbe dare più importanza a questo ultimo passaggio, quindi alla considerazione circa le cause.

 

TOOLS OF THINKING PART VI - THE LIMIT



Brute force is not sovereign in this world. It is by nature blind and indeterminate. What is sovereign in this world is determinateness, limit. Eternal Wisdom imprisons this universe in a network, a web of determinations. The universe accepts passively. The brute force of matter, which appears to us sovereign, is nothing else in reality but perfect obedience.

S. Weil, The Need for Roots



This article aims to illustrate two concepts that are useful in pondering the idea of limit.


The first one is connected to the economic law of diminishing return formulated by the economist David Ricardo. It is based on the following observation: in productive processes, increasing a factor of production by one unit, while holding all other production factors constant, will at some point return a lower unit of output per incremental unit of input.

Example: if, say, at the beginning of the 20th century, an energy investment equal to one barrel of oil made it possible to extract 100 barrels, with time going on and the need to find deeper and deeper deposits, the ratio between energy invested in extraction and energy obtained from extraction can go from the original 1/100 to 10, 20, even 40/100. Considering the same energy investment, the oil yield decreases. Something similar happens to farming yield of an area treated with products and techniques that act depleting the soil. The amount of energy and resources needed (water, fertilisers, pesticides...) to keep constant the yield of a depleted area is greater and greater. This process takes the form of a vicious circle. It is perhaps useful to point out that our economic indicators are based not so much on the need to keep yields constant, but on their growth... but that would be, not another story, just a longer and more complicated story. To summarise: beyond a certain threshold, constant inputs of resources into a system correspond to inconstant and mostly diminishing returns, or outputs.


This first threshold in the economic process is followed by another. To describe the effects of going beyond this second threshold, I want to refer to a second concept, which is Ivan Illich’s concept of paradoxical counterproductivity.

The second threshold is overstepped when a certain process, in order to subsist, requires an input of resources that turns out to be greater than its output. To place it better: once this second threshold is crossed, the maintenance, or growth, of a certain process or production creates more harm than good. In this regard, the classic example employed by Illich is that of transport. Beyond a certain threshold, the number of cars placed within a system (such as a city may be) not only does not allow for faster and more agile movement, but creates previously unknown conditions of degradation. We are not only talking about traffic jams, but also about the fact that, in order to provide space for carriageways, all those spaces that allow movement and displacement qualitatively different from the motorised (pavements, cycle paths, pedestrian zones...) are reduced. In addition to this mutilation of the possibilities of movement, should also be taken into account facts like the rate of air pollution from vehicle exhaust pipes, noise and visual pollution due to these omnipresent armoured cockroaches, space eaten up by parking spaces, accidents... going even further, we should consider the ecological footprint linked to the production and future transformation into waste of this objects, however recycled, then the change occurred in the human perception of space and time, in humans’ relationship with his environment and body (if it becomes normal to travel by car even over short distances... but what does short mean, since when is it normal to travel by car? ) and so on.


If this paradoxical counterproductivity remains unacknowledged, it is because the damage it produces is systematically externalised and mostly re-enter economic calculations (i.e. the accounts that count…) only later, after having been surreptitiously mystified. A manufactured car does exist for the economy, for the growth’s indicators; the discomfort and distress of a person trying to walk between horns and engines and smog along a clogged street does not, at least until it is translated into psychologist’s sessions or the consumption of drugs and medical treatments... then they exist, and they also positively contribute to GDP.


The snail – Ivan Illich explains to us – constructs the delicate architecture of its shell by adding ever increasing spirals one after the other, but then it abruptly stops and winds back in the reverse direction. In fact, just one additional larger spiral would make the shell sixteen times bigger. Instead of being beneficial, it would overload the snail. Any increase in the snail’s productivity would only be used to offset the difficulties created by the enlargement of the shell beyond its preordained limits. Once the limit to increasing the spiral size has been reached, the problems of excessive growth multiply exponentially, while the snail’s biological capability, in the best of cases, can only show linear growth and increase arithmetically [1].


Both the concept of diminishing returns and that of paradoxical counterproductivity deal with the idea of threshold, hence with the capacity to recognise and respect a limit.

The idea and value of limit are disavowed by our form of civilisation, hence by our economy, which tends to conceive every form of good – be it economic, artistic, individual or social – according to the myth of the absence and overcoming of every limit, in the perspective of a limitless progress and growth. But how can man determine the value - also in terms of magnitude - of limit? Here again, the example of the snail comes to our aid: the determination of the limit depends on the discourse about the purpose, the aim of a certain process, be it the end of the shell for the life of a snail or the aim, therefore the place to be assumed by economics in the life of communities. The point is that we moderns are the product of an anthropology well delineated by this passage from Hobbes: “it is necessary to know that the happiness of present life does not consist in tranquillity or quietness of mind. The ultimate end (finis ultimus), the highest good (summum bonum) of which the ancient authors of ethics speak, has no place in our life [...] happiness is a perpetual progress from one craving to another, from one object of desire to another... and the attainment of one desired object is nothing but the way to the attainment of the next” [2].


A sentence from Confucius’s Ta Hsio incites man to attain the highest good and hold onto it. The analysis of both ideograms and the commentators’ notes may suggest this interpretation: any step beyond the highest good is not to be interpreted as progress or improvement, as growth or further approach to happiness, but as the exact opposite. It is up to us, moderns, to ponder these words and wisdom.

NOTES:

[1] Ivan Illich, Vernacular Gender. [2] The passage continues as follow: “the cause of this is the fact that the object of human greed is not sought after so that man may enjoy it once and almost momentarily, but so that it may secure his future enjoyment. Therefore, voluntary actions do not only tend to procure good, but also to secure it forever. But the actions of all do not proceed in the same way, partly because of the different passions peculiar to different men, and partly also because of the difference of opinion, entertained by different men, as to the causes from which the desired thing ought to arise.” (Thomas Hobbes, Leviathan, chap. XI) More importance should be given to this last passage, i.e. to the consideration of causes.

CULTURA

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